Le scarpette rosse a Melfi

Telefono donna in città per ricordare Maryna Novozhylova

Le scarpette rosse sono diventate il simbolo internazionale della lotto contro la violenza sulle donne. Ad un mese di distanza dall’omicidio-suicidio di Vico Gelso, quando secondo la ricostruzione degli inquirenti la guardia giurata Antonio Girardi avrebbe prima ucciso la moglie ucraina Maryna Novozhylova e poi si sarebbe tolto la vita, l’associazione “Telefono Donna” di Potenza ha depositato decine di scarpette rosse davanti la monumentale Porta Venosina. Sono state lette storie di violenza, proiettati i nomi di centinaia di donne uccise dai loro ex compagni, accusata certa stampa locale sulla gestione giornalistica del tragico fatto di Vico Gelso. Su questo ultimo aspetto giova soffermarsi. Come è giusto che sia, il lavoro di chi svolge la cronaca dei fatti quotidiani non è mai apprezzato da tutti. Non accadrà mai di scrivere articoli di giornale o registrare servizi con audio e interviste “gradite” e condivise da tutti. Tuttavia se le vendite dei giornali e gli ascolti dei notiziari in web ed in tv in questi casi aumenta in maniera vertiginosa, evidentemente c’è “sete” di sapere. Su un campione di 100 lettori o telespettatori, per fortuna, mai si otterrà consenso unanime, condivisione totale, gradimento univoco. Allora il compito di chi lavora sulla cronaca quotidiana è quello di tenere nascoste le proprie fonti ma di provare ad avvicinarsi il più possibile alla verità e molto spesso ciò accade. Farebbe bene a ricordarlo anche il sindaco di Melfi intervenuto sull’argomento durante la manifestazione di Telefono donna ma assente come tutta la sua giunta al funerale di Maryna Novozhylova perché tutti impegnati nel “salotto buono” del Millenario. Ricevere critiche fa parte di questa professione, certo, ma anche la difesa di chiunque lavori sulla strada con passione resta un fatto legittimo. È bene sottolineare un ultimo aspetto. Se le critiche poi arrivano da chi va ad elemosinare un’intervista, che sia alla televisione di stato oppure al cronista locale, solo per poter apparire, per cercare pubblicità personale, della propria pseudo associazione, o peggio ancora per visibilità politica nel tempo andata perduta, allora ogni commento diventa superfluo. A quel punto ricevere, come accaduto davanti la Porta Venosina di Melfi, un secco no dal giornalista della tv di stato diventa l’unica risposta possibile ed il triste e mediocre smascheramento di chi fa dell’ipocrisia la propria ragione di vita. Al netto di questi personaggi, resta solo il dramma di due famiglie che hanno perso i propri cari per sempre. Nulla di più, davvero proprio nulla di più…Cordoglio sincero!